Oltre il nazionalismo: l’unità nella speranza cristiana

Pubblichiamo qui in italiano l’articolo del nostro Presidente Alberto Garzoni apparso sul National Catholic Register il primo aprile 2026.


Abstract. Quattro vescovi europei denunciano i rischi del nazionalismo religioso e di un approccio secolarizzato all’eredità cristiana, sottolineando la necessità di una speranza centrata in Cristo.

Il segretario di Stato americano Marco Rubio alla Munich Security Conferenze del febbraio 2026.


Sabato 14 febbraio, il Segretario di Stato statunitense Marco Rubio è intervenuto alla Munich Security Conference dichiarando che Stati Uniti ed Europa costituiscono un’unica civiltà, fondata sulla sovranità nazionale e su un destino condiviso. Le sue parole hanno segnato un mutamento significativo rispetto al netto rimprovero rivolto agli alleati europei, da quello stesso palco, un anno prima, dal Vicepresidente americano JD Vance.

Poche ore prima dell’intervento di Rubio, quattro vescovi europei avevano compiuto un analogo, sebbene più discreto e toccante, riallineamento. Venerdì 13 febbraio, il cardinale Jean-Marc Aveline, il cardinale Matteo Zuppi, il vescovo Georg Bätzing e il vescovo Tadeusz Wojda hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta intitolata Christians for Europe. The Power of Hope, proponendo una propria visione del continente e della sua coesione.

Il fatto stesso che i vertici di quattro importanti Conferenze episcopali — Francia, Italia, Germania e Polonia — abbiano pubblicato insieme un simile documento costituisce un segno della sua rilevanza e dell’impatto cui esso mira. Nel 2024, infatti, il vescovo Wojda aveva apertamente e con forza criticato il “cammino sinodale” tedesco, di cui Bätzing è una delle principali voci, giudicandolo una pericolosa distrazione rispetto alle priorità della Chiesa universale. A riunirli, questa volta, è stata la volontà condivisa di mettere in guardia i cattolici e, attraverso di essi, tutti gli europei, rispetto a ciò che essi percepiscono come una minaccia alla coesione sociale del continente.

I vescovi hanno sintetizzato tale minaccia richiamando una celebre affermazione dello statista italiano Alcide De Gasperi, secondo cui «il nazionalismo esasperato è una forma di idolatria: pone la nazione al posto di Dio e contro l’umanità». L’antidoto proposto, in sintonia con le parole di Papa Leone alla cerimonia conclusiva del Giubileo, è «la speranza nella fraternità universale».

6 gennaio 2026: il Romano Pontefice Leone XIV chiude la Porta Santa di S. Pietro, segnando la fine del Giubileo ordinario del 2025.

La posizione dei quattro vescovi rivela profondità analitica e spirituale. Evocando la visione cristiana di altri padri fondatori dell’Europa comunitaria, come Konrad Adenauer e Robert Schuman, essi lamentano l’allontanamento dell’Unione Europea da una concezione della civiltà europea in cui «il cristianesimo è fondamento essenziale del nostro continente», avendo «in larga misura plasmato la visione europea, segnata da umanesimo, solidarietà e apertura al mondo».

In tal modo, essi suggeriscono un’equazione sottile ma decisiva. Non vi sarebbe, implicitamente, grande differenza tra l’atteggiamento per cui le istituzioni europee tendono a considerare il cristianesimo soltanto come un elemento culturale o un contesto interpretativo del patrimonio — ciò che alcuni definiscono “culturalizzazione” — e gli appelli di una parte della destra europea che invoca il cristianesimo come fattore identitario e costruttivo della nazione. Entrambe le prospettive si fondano infatti su un’impostazione che attenua o nega il ruolo del cristianesimo quale fonte trascendente, cristocentrica, di speranza e unità per i popoli europei. La dichiarazione esprime questa idea anche attraverso un richiamo a Pope John Paul II, secondo cui i cristiani europei, dopo le tragedie della Seconda guerra mondiale, «amarono l’umanità e si sforzarono di unirla perché amavano Cristo».

Il riferimento a Giovanni Paolo II è particolarmente significativo. Il papa polacco è noto per le sue riflessioni sulla distinzione tra nazionalismo e patriottismo, inteso quest’ultimo come amore sano per la propria patria e naturale estensione dell’attaccamento familiare. Nel contesto della dichiarazione, ciò suggerisce che le posizioni dei quattro vescovi si radicano saldamente nel magistero cattolico, piuttosto che in logiche di opportunità politica o di mera esibizione simbolica.

Un precedente richiamo alla necessità di resistere al fascino del nazionalismo si trova, in forma teologicamente più densa, nell’enciclica Mystici Corporis Christi di Pio XII. In quel testo del 1943 si afferma che la carità cristiana oltrepassa i confini dell’identità nazionale e offre risorse spirituali per riconoscere l’unità anche — e soprattutto — nel mezzo di conflitti profondi e divisioni violente. Il pensiero può spingersi fino al Medioevo, quando, come ha mostrato lo storico Ernst Kantorowicz, l’idea di unità europea si fondava su una visione sacramentale sottostante: era l’anelito all’unità ultima nel cielo a rendere possibile pensarsi come un unico corpo.

Ernst H. Kantorowicz

Non è nuova, del resto, neppure l’insistenza sul fatto che il cristianesimo abbia un ruolo ben più ampio nella coesione europea rispetto a quello di semplice deposito culturale. Basti pensare al dibattito, sviluppatosi circa vent’anni fa, attorno al progetto di Costituzione europea e al mancato riconoscimento esplicito del debito dell’Europa nei confronti del cristianesimo. Allo stesso modo, i quattro vescovi sottolineano come il fatto che oggi «i cristiani siano meno numerosi» nel continente costituisca un appello a un’assunzione responsabile di impegno, lungo le linee di ciò che il magistero di Pope Benedict XVI ha definito la vocazione delle «minoranze creative».

I vescovi Aveline, Bätzing, Wojda e Zuppi avvertono l’urgenza di ribadire questi punti in una congiuntura culturale e geopolitica delicata, nella quale i conflitti esterni e la stagnazione interna potrebbero indurre i cristiani a ritenere che la frammentazione non sia soltanto più facile, ma persino più vantaggiosa. A tale rischio essi oppongono una sintesi esemplare di dottrina e cura pastorale, ricordando che «l’Europa non può essere ridotta a un mercato economico e finanziario; […] essa è chiamata a cercare alleanze che pongano le basi per un’autentica solidarietà tra i popoli». In eco alle parole di Papa Leone rivolte ai membri del gruppo ECR al Parlamento europeo, i benefici del cristianesimo e il suo impatto sulla civiltà europea devono essere intesi come universali.

L’autenticità e la capacità di generare solidarietà di tale impatto dipendono, a loro volta, da una speranza di unità e da un amore per Cristo capaci di superare e sanare «isolazionismo e violenza». Riunendosi e mettendo da parte le loro divergenze, i quattro vescovi hanno offerto un esempio concreto di tale atteggiamento; hanno incarnato, come ha osservato il presidente della Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione Europea, Mariano Crociata, «un segno che lo Spirito è all’opera e chiama la Chiesa in Europa».

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Comunicato stampa sulle lezioni di Peter Thiel.