Remigrazione: senza meta o senz’anima? Il dibattito italiano
Se, nella mattina di venerdì 30 gennaio, foste entrati nella sala stampa della Camera dei Deputati, sareste rimasti colpiti dal livello di confusione—notevole persino secondo gli standard, già di per sé caotici, della politica italiana. Un gruppo di deputati della sinistra, appartenenti al Partito Democratico, al Movimento Cinque Stelle e all’alleanza verde-socialista AVS, aveva occupato la sala e si era messo a cantare.
Stavano cercando di impedire una conferenza stampa organizzata dall’allora deputato della Lega Domenico Furgiuele e autorizzata, sebbene con aperta riluttanza, dal presidente della Camera e figura di primo piano della Lega Lorenzo Fontana. L’incontro avrebbe dovuto lanciare una proposta di legge di iniziativa popolare su remigrazione e natalità. Il testo era stato redatto nelle settimane precedenti dal Comitato Remigrazione e Riconquista—un’alleanza di forze dell’estrema destra che includeva Casa Pound di Luca Marsella, apertamente fascista, il Veneto Skinhead Front e la Web of Patriots.
La sinistra, mobilitata dall’idea di «tenere i nazi-fascisti fuori dal Parlamento», riuscì effettivamente a far sciogliere l’evento. Ma ottenne anche l’effetto di attirare una notevole attenzione pubblica sulla proposta di legge, che nelle ventiquattr’ore successive raccolse le 100.000 firme necessarie per essere presentata al Parlamento.
Non che, nei mesi precedenti, l’attenzione verso il tema della remigrazione non fosse già andata crescendo, più o meno silenziosamente, nella società italiana. Gli autori del disegno di legge, infatti, avevano seguito da vicino e con una certa abilità le classiche regole della politica di base italiana in materia di escalation e definizione dell’agenda pubblica—un tempo dominio quasi esclusivo dei radicali liberali come Marco Pannella o degli autonomisti come Umberto Bossi.
Il 17 maggio 2025 un “Remigration Summit” internazionale tenutosi a Milano, con la partecipazione di attivisti provenienti da tutta Europa, aveva suscitato una forte indignazione in quella che da tempo è la capitale del laicismo italiano—luogo di nascita tanto del socialismo quanto del fascismo italiani. Ne erano seguiti scontri rilevanti tra la polizia e i manifestanti antifascisti. Più recentemente, il 30 novembre, il lancio ufficiale del Comitato in una città industriale e tutt’altro che di destra come Brescia aveva ottenuto un’ampia copertura nei media nazionali.
È difficile stabilire se le 100.000 firme raccolte così rapidamente a fine gennaio esprimessero un’adesione consapevole e approfondita al contenuto della proposta o, più probabilmente, una esasperata richiesta di interventi politici rapidi capaci di affrontare le acute pressioni legate ai fenomeni migratori. In questo senso, il testo della proposta di legge cercava un equilibrio interessante tra precisione giuridica e linguaggio accattivante.
Gli articoli centrali (10 e 11) propongono di destinare 1 miliardo di euro all’istituzione di un Programma Nazionale di Remigrazione e al sostegno del ritorno volontario assistito degli stranieri legalmente residenti nei loro paesi d’origine. Il programma includerebbe incentivi finanziari (erogati a rate e monitorati in base ai “risultati”), formazione professionale prima della partenza, sostegno al reinserimento (comprendente assistenza logistica, legale, sanitaria e microcredito), organizzazione del viaggio e monitoraggio successivo al rientro. La partecipazione richiederebbe la firma di un Patto di Remigrazione Volontaria, che impegnerebbe i beneficiari a utilizzare correttamente i fondi e vieterebbe in generale il rientro in Italia, prevedendo sanzioni in caso di violazione. Tra i potenziali beneficiari rientrerebbero alcuni residenti regolari e i richiedenti asilo che decidano di ritirare la propria domanda; ne sarebbero invece esclusi i migranti irregolari e coloro che siano stati condannati per reati gravi. Altri articoli integrano questo nucleo della proposta con disposizioni severe sul crimine commesso da migranti, sulla perdita della cittadinanza e con incentivi finanziari alla natalità degli italiani. Curiosamente, l’articolo 16 reintroduce lo ius sanguinis, ripristinando pienamente i diritti di cittadinanza degli emigrati italiani e dei loro discendenti, che l’attuale governo aveva limitato nel 2025.
Le disposizioni ampie—si potrebbe dire persino generiche—contenute nel testo potrebbero essere giustificate dal fatto che si tratta di una proposta di legge popolare ancora in una fase iniziale. Altri, tuttavia, sostengono che l’intero dibattito sulla remigrazione riveli una certa astuzia linguistica e, quindi, concettuale, con importanti implicazioni politiche.
Accademia della Crusca, sala delle pale. Particolare.
Commentando l’uso del termine remigrazione sul sito dell’Accademia della Crusca—la più autorevole istituzione italiana per lo studio della storia e dell’evoluzione della lingua—la linguista fiorentina Raffaella Setti ha posto la questione di che cosa significhi realmente questa parola. Nel suo intervento ha implicitamente richiamato la distinzione hegeliana tra bekannt (“familiare”) ed erkannt (“conosciuto”) per osservare che, come la nozione di nazione e a differenza di quella di cittadinanza, l’idea di remigrazione potrebbe rivelarsi una «falsa idea chiara». Citando studi precedenti, ha inoltre ricordato che il primo impiego storico di “re-immigrazione” nella lingua italiana ha connotazioni piuttosto sinistre: indicava infatti la possibilità concessa ai cittadini italiani di lingua tedesca, dopo il Patto d’Acciaio del 1939, di trasferirsi “liberamente” nei territori del Reich tedesco. Ma, forse ancor più significativamente—e non solo dal punto di vista linguistico—Setti osserva che l’uso attuale del termine (e l’agenda politica che esso rappresenta) non sembra indicare alcuna direzione finale. Il prefisso re- potrebbe suggerire una ripetizione dell’azione originaria (cioè la migrazione) in senso opposto; resta però poco chiaro quale dovrebbe essere la destinazione di questo processo. In parole semplici, per i suoi sostenitori la remigrazione potrebbe funzionare finché gli “altri” se ne vanno da qualche parte.
Queste osservazioni si applicano perfettamente al dibattito italiano sulla remigrazione—tanto sul piano concettuale quanto su quello politico. Pochi giorni dopo il lancio della proposta di legge popolare, l’ex generale e figura mediatica Roberto Vannacci, eurodeputato, ha lasciato la Lega—che dalla prima metà del 2024 gli aveva offerto una piattaforma politica ed elettorale—per fondare un proprio partito. Il nuovo “Futuro Nazionale” ha attratto due deputati transfughi della Lega, Rossano Sasso e Domenico Furgiuele, che fino ad allora avevano garantito al partito di Matteo Salvini una sorta di monopolio sul tema della remigrazione all’interno dell’arco costituzionale italiano—sebbene la concorrenza non fosse particolarmente intensa.
Con la scissione di Vannacci, i movimenti di base dell’estrema destra che promuovono la remigrazione hanno ora un nuovo interlocutore, retoricamente abile e radicato in una tradizione di orgoglio militare e nazionalista piuttosto che nella difesa delle comunità locali e dell’integrità culturale (che resta invece il tratto caratteristico della Lega). In vista delle prossime elezioni politiche, ciò solleva una questione immediata sul ruolo che le politiche di remigrazione avranno nel discorso della destra italiana. Giorgia Meloni, per prudenza elettorale, permetterà a Vannacci di restare entro il perimetro della sua coalizione—nonostante le riserve dei centristi e dopo la rottura con uno dei suoi principali alleati—spingendosi forse verso il Comitato Remigrazione e Riconquista? Oppure correrà il rischio di lasciare le istanze incentrate sulla remigrazione alla propria destra, in un momento in cui, nonostante i risultati ottenuti, la vittoria alle prossime elezioni non appare scontata?
Queste questioni tattiche rendono ancora più urgente chiarire di che cosa tratti realmente il dibattito sulla remigrazione e quale scopo intenda perseguire. In questo senso, l’impostazione laicista e il fascismo appena velato degli autori della proposta sono già indicativi. Il testo rafforza l’impressione che, nella sua attuale declinazione italiana, la remigrazione significhi essenzialmente rafforzamento dell’autorità dello Stato e deportazioni di massa su basi etniche non meglio specificate. Se pure può implicare una preoccupazione per l’identità spirituale e culturale degli italiani e per la sua omogeneità—temi che nel testo sono quasi del tutto assenti. L’attenzione si concentra piuttosto sulla messa in discussione della libertà di movimento come concetto, più che sulla sua limitazione: l’articolo 2.2 stabilisce infatti «come principio vincolante che non esiste un diritto intrinseco a migrare»—e sulla difesa della «personalità giuridica dello Stato» da aggressioni esterne prima di ogni altra cosa (articolo 7).
Pur provenendo, e in larga misura incarnando, una tradizione politica fortemente statalista, dubito che questa sia la direzione verso cui Giorgia Meloni desideri orientare il proprio progetto politico. A meno che non voglia trovarsi stretta tra problemi irrisolti e dilaganti di migrazione di massa e denatalità, da un lato, e i rischi di indulgere a un discorso cripto-etnonazionalista dall’altro, Meloni dovrà ancora una volta ideare—o almeno favorire—una soluzione al tempo stesso audace e intelligente, capace di rassicurare l’establishment europeo senza cedere eccessivamente alle sue pressioni.
L’iniziativa delle eurodeputate della Lega Susanna Ceccardi, Anna Maria Cisint e Silvia Sardone, che stanno promuovendo un osservatorio paneuropeo sull’islam radicale, potrebbe offrirle una via più convincente e più giusta: sostenere la remigrazione di chi si dichiari attivamente nemico della civiltà cristiana, piuttosto che di chiunque non sia semplicemente un italiano bianco.
Alberto Garzoni