Silenzio tutti quanti: Salvini ha vinto.

Di Alberto Garzoni

Nel successo che conferma il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti come segretario federale della Lega fino al 2031 si compie un percorso di molti mesi, in cui il Capitano, ammaccato sì ma troppo spesso dato per morto, ha saputo tacere per primo e aspettare. In estate, il mainstream mediatico amplificava il chiasso dei suoi avversari interni, molti dei quali si sono riscoperti nordisti solo in odore di elezioni e poltrone in pericolo. Ha incassato, il Salvini, e anziché reagire in modo scomposto ha meditato le sue mosse.

Matteo Salvini poco prima del voto lancia il nuovo simbolo del partito: Lega - Italia Federale

Come da precetto aristotelico, dopo aver deliberato a lungo ha agito alla svelta. La prima prova che il suo fiuto politico non è tramontato l’ha data a Pontida. Con una manovra da manuale, ha sorpreso i suoi contestatori costringendoli a sfidarlo in campo aperto. Un’astuzia degna di Salomone: rischiare di tagliare in due il bambino (la Lega) per costringere gli avversari, più o meno nascosti, a uscire allo scoperto e dichiarare la propria preferenza tra un partito spaccato e dunque condannato a perdere ulteriori consensi, o riconfermare, in un momento già complicato, il segretario uscente. Se non fosse stato per Garavaglia, gli autoproclamati “nordisti” si sarebbero addirittura sottratti alla sfida, lasciandosi ridurre al niente da cui erano emersi. Non è chiaro chi sia stato il motore ultimo della candidatura dell’ex ministro di Draghi—Giorgetti? Salvini stesso? Chiunque sia stato, ha dato un contributo essenziale alla pacificazione della Lega: ha contrapposto al segretario uscente un avversario degno di questo nome, e ha offerto ai dissidenti un’occasione immeritata di farsi rappresentare da una persona seria.

Il Congresso si è svolto in un clima meno teso del previsto, secondo chi ha partecipato. Gli anti-salviniani hanno esaurito le cartucce del vittimismo: hanno incassato l’istituzione di una segreteria politica plurale, un cambio di ragione sociale nel simbolo, l’approvazione di tutte le mozioni che sono state presentate. Nessuno può (più) lamentarsi che Salvini non sa fare la parte del leader inclusivo e conciliante. È questa, forse, la notizia più promettente per il popolo leghista: dopo molto tempo, il Capitano ha dimostrato di sapere ancora adeguare la sua proposta politica alle circostanze e agli umori della sua gente, come aveva fatto prima di fallimenti come il Papeete, la fiducia a Draghi, la rielezione di Mattarella, il connubio con Vannacci. Una domanda accompagna questa opportunità: come si muoverà adesso Salvini?

Matteo Salvini dopo la ri-elezione a segretario federale della Lega.

 Il nostro auspicio è triplice. Il primo è che riconosca che certi sepolcri imbiancati, che si riempiono la bocca del Nord ma badano solo ai loro patetici micro-domini, non servono a niente nella battaglia per l’autonomia. Salvini sappia privarli dei ruoli di responsabilità di cui non sono all’altezza e, a tempo debito, di qualunque paracadute elettorale. Afuera!

La seconda è che dia un segnale di discontinuità rispetto a un’esperienza di governo per niente esaltante. Mentre la maggioranza perde colpi e il Paese va a pezzi, tenga la barra dritta su temi chiave come il caro vita, la sicurezza e l’indirizzo delle finanze pubbliche. L’annuncio di voler dare battaglia sui fondi all’Ucraina sembra promettente, in questo senso; chissà che non diventi il suo anti-Papeete, il preludio a un ritorno alla forza.

 

Il terzo, che discende dai primi due, è che il segretario federale riesca a riposizionare la Lega come voce popolare e radicale. Salvini ha alcune praterie politiche aperte davanti a sé per una campagna elettorale convincente: il distretto manifatturiero unico del Nord, le infrastrutture tecnologiche ed energetiche, anche in vista dello sviluppo dell’intelligenza artificiale, il bisogno di zone economiche speciali e, contestualmente, la tutela della società civile e dei territori contro l’aggressione dello Stato e dei maranza. Se le saprà abitare con la grinta necessaria, farà bene.

Massimiliano Romeo durante il Congresso federale di domenica 25 ottobre 2026.

 

Intanto ha vinto. Il silenzio dei suoi contestatori più irrequieti racconta un terrore non nuovo—anche prima vivevano terrorizzati di dover prendere posizione—ma, finalmente, consapevole.

Di furbi come voi non ne nascono più: si è rotta la macchinetta e Romeo non starnazza più.

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