Teologia politica dell’intelligenza artificiale

Di Andrea Venanzoni

«Il terrore è l’omaggio che astiosi solitari finiscono col rendere alla fraternità degli uomini».

Così Albert Camus ne L’uomo in rivolta. E mentre l’apocalisse artificiale ci viene fatta ingurgitare a getto continuo, in un oceano infinito di catastrofismo e annientamento rimandato da interviste in TV o sui giornali e da indignati editoriali, se ti soffermi a scrutare quei volti, quelle pieghe della bocca, quegli occhi quasi spiritati non puoi che pensare ad un punto cieco dell’umanità.

Albrecht Dürer (1471 - 1528)

I quattro cavalieri dell’Apocalisse. Acquaforte (ca. 1497)

Quando il ricercatore di Anthropic Jacob Coxon si è dimesso dall’incarico annunciando il sigillo finale dell’apocalisse e la materializzazione del più drammatico dei rischi esistenziali, un coro di assenso e di trepidante gioia si è levato alto in cielo. Gli è stata data ragione dai suoi ex colleghi rimasti ben saldi nella società e persino il patron di Anthropic è corso a buttare giù l’ennesimo saggio nel quale, come sovente avviene, si parla di umanità in assenza di umanità.

L’intelligenza artificiale distruggerà il genere umano, ripetono ormai da decenni catastrofisti convinti e catastrofisti per convenienza: accanto ai vari Yudkowsky, Bostrom, Tegmark, ecco avanzare il marketing della fine dei tempi, in una saldatura tanto oscura quanto inquinante del dibattito pubblico. Dietro la fumosa promessa della distruzione del genere umano ad opera della superintelligenza artificiale, con tanto di dati, date e percentuali sciorinate, cospirano tra loro le tinte di varie forme di pensiero e di interesse.

E pensare che Peter Thiel, a modo suo, lo aveva anticipato. Intervistato da Ross Douthat, nel giugno 2025, aveva paventato l’avvento di quell’Anticristo suadente e colmo di umanità preconizzato da Solov’ëv e dalla prima lettera ai Tessalonicesi: non parlerà la lingua dell’odio e della guerra, ma quella della pace, della fraternità, dell’umanità e della regolazione globale. Suscitò sconcerto quell’intervista, anche per via del lessico teologico, eppure oggi che quello stesso lessico, ma rovesciato nel segno e nei fini, è sposato da Amodei e Coxon e dai loro epigoni ecco non importarne più tanto a chi solo l’anno prima si era indignato e spaventato per le parole di Thiel.

E invece il venture capitalist aveva visto giusto: dietro la maschera funebre dell’orrore assoluto, puntellato di parole misericordiose e grondanti un'etica tanto plastica quanto epidermica, ecco avanzare la deresponsabilizzazione di società che hanno osservato gestione finanziaria problematica, in procinto di quotazione, tentativi di cattura regolatoria, e sposalizio con l’ideologismo che parla di umanità espungendo dall’orizzonte qualunque umanità. La cattura, filosofica e concettuale, del termine “umanità” è schermo difensivo e offensivo che consente a chi se ne serva di espungere dalla latitudine del consesso umano il proprio nemico: chi non vede il pericolo esistenziale dell’IA, dicono i catastrofisti, è semplicemente un nemico dell’umanità.

Il filosofo tedesco Carl Schmitt.

Carl Schmitt, ne Le categorie del politico, rilevava come l’umanità in quanto tale non può condurre alcuna guerra, perché essa non ha nemici, almeno su questo pianeta. E chiunque eriga a proprio vessillo araldico l’umanità per condurre guerre, non lo sta facendo perché è stato davvero insignito della custodia e della preservazione del genere umano ma solo per poter godere di uno strumento di espansione. Imperialistica, nel gergo schmittiano, ma anche commerciale se passiamo dal campo del politico a quello del settore tecnologico.

La predicazione dell’etica dell’intelligenza artificiale ha dispiegato questa identica funzione, quella di tracciare una visibile linea nera sulla sabbia incandescente della frontiera artificiale: da un lato i responsabili amici del genere umano, dall’altra i nemici, i soggetti irresponsabili e pericolosi. Ma la distinzione è interessata e strumentale, lo è sempre stata. D’altronde cosa propongono davvero i catastrofisti che ora ci terrorizzano con la fine prossima ventura? Centralizzazione e socializzazione della responsabilità, garanzie statali, un utopistico coordinamento globale multilaterale cui la Cina ha già risposto con un ghigno di diniego: una sorta di socialismo reale dell’intelligenza artificiale, con al vertice del Politburo i grandi demiurghi dell’IA etica.

D’altronde, mentre da un lato essi predicano democratizzazione dell’IA e rallentamento, dall’altro operano, per dirla con Andrew Curran, nel nero più fondo dei loro laboratori, dentro cui nessuna luce esterna può penetrare. È l’altro della «scienza oscura», di cui parla Gianfranco Pacchioni.

Ed anche le promesse di disclosure ad opera di soggetti terzi rivelano come questi sedicenti valutatori esterni non siano in alcun modo davvero terzi: molti dei ricercatori catastrofisti che hanno abbandonato la nave delle società più rilevanti si sono impiegati in società di valutazione come METR, con la quale Anthropic ha siglato un accordo proprio nel settembre 2026. Di METR fanno parte molti ex Anthropic che, subito dopo le dimissioni di Coxon, sono corsi ad annunciare la loro condivisione della scelta del giovane su X.

Ci si sofferma molto poco, presi alla gola dall’orrore di una apocalisse fatta deflagrare dalla Skynet di turno, su quale sia il concetto di umanità caldeggiato da questi solerti difensori del genere umano. Eppure basterebbe scorrere le parole che punteggiano i paper sulle modalità di allineamento della personalità dei modelli di intelligenza artificiale e il dibattito, nato sempre nell’alveo di queste realtà, su come i chatbot debbano godere di diritti loro esclusivi, lo sostiene il filosofo Harvey Lederman non per caso assunto da Anthropic: l’idea che se ne trae è che l’umanità sia per loro soltanto uno sguardo distratto, una pennellata incerta che camuffa un umanitarismo escatologico desideroso di allontanare da sé qualunque approccio critico e perplesso e che, del pari, rischia di condurci davvero alla catastrofe.

Nicolás Gómez Dávila, il “Nietzsche colombiano”

«Quando i governanti si reputano mandatari dell'intera umanità, il terrore è alle porte», sosteneva giustamente Nicolás Gómez Dávila nel suo Tra poche parole. La dolente verità è che dietro termini come responsabilità, etica e precauzione, albergano sovente appetiti e convincimenti fanatici che riducono l’essere umano a ingranaggio di un meccanismo tremendo. La loro promessa di apocalisse è la nuova ghigliottina per allineare le voci dissonanti ed esorbitanti dal canone della rivoluzione di questa finta umanità.

Non c’è nulla di etico nell’etica che essi predicano. E non c’è nulla di umano nello stanco mantra oscuro di chi sa parlare solo di umanità, in assenza di vera, genuina umanità.

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